Walker's blog

02 maggio 2006

Ho visto cose che voi umani ...

La sveglia alle 9 era arrabbiata. Era stata puntata solo 4 ore prima e un pò si è risentita. Poco male. Qualche minuto per tornare nel mondo dei coscienti, un caffettino e si parte, destinazione Paladozza. I soliti 25 minuti per arrivare e 30 per trovare parcheggio, ma ci riesco e mi metto in fila per comprare i biglietti sotto una pioggia fine. Non posso non notare a pochi metri da me un gruppo di ragazzine, 5 o 6 in tutto, che mi guardano frementi ed emozionate. Dal momento che sono pienamente cosciente dei miei limiti inizio a porgermi delle domande: ho messo i pantaloni prima di uscire di casa? Per chi mi hanno scambiato? Mah. Mi giro e trovo la risposta. Dietro di me c'è Maradonino che da grande tifoso di basket vuole vedersi il big match. E' tutto uno scattare di fototelefonini, uniti a frasi del tipo "oddio non ce la faccio, mi trema la mano per l'emozione" ecc... ecc.... Va beh, penso, sono ragazzine possono permettersi di capire poco della vita. Andiamo avanti. Prendo posto dopo aver salutato qualche amico tra cui un giornalista tanto esordiente quanto spaesato, quello col cugino famoso.... Il prologo della partita è tutto della Fossa che espone uno striscione che copre per intero tutta la curva. Poi il telo viene tolto, si alza il sipario ed appare la nuova coreografia tutta dedicata agli ospiti. Tutta la curva ha un cartello bianco con sparse delle caricature di tutti i giocatori senesi che spuntano da una classica cacca rotonda, con lo slogan "Siete tutti merde del Palio". Non certo il massimo della finezza ma sicuramente divertente e diretto, nonchè spettacolare. Si parte. Primo tempo al cloroformio, col solito Vujanic che passeggia per il campo in palleggio ed un Chiacig che marcato (si fa per dire) da Bagaric abusa della Fortitudo segnando 18 dei 29 punti di Siena. Si attraversa il tunnel sul 29 pari. Secondo tempo. La Fortitudo cambia marcia, trascinata da un Belinelli in chiaro orgasmo agonistico, ma soprattutto grazie ad uno Smodis che imbavaglia ben bene un Ghiaccione che finirà poi la partita con solo 2 punti in tutto il secondo tempo. E' un vero bombardamento in cui spicca un Douglas che ne mette 5 da tre ed un Mancinelli che si danna a tirar giù rimbalzi e recuperar palloni. Nota negativa il Pozz e Bagaric che dopo solo 5 minuti perdono una palla per una incomprensione e si sfanculano a vicenda in modo folcloristico, non passando certo inosservati agli occhi di Repesa che li panchinizza impietosamente fino alla fine. Siena? Dopo il Chiacig del primo tempo solo Stefanov resiste e si da da fare. Per gli altri è notte fonda, specialmente per Galanda che piazza una bella virgola sul suo tabellino. Pensando a ciò che era questa estate mi fa molta tristezza vederlo così, inutile e impalpabile. Mentre il buon Dan ricorda alla mamma di buttare la pasta la partita si chiude mentre il palazzo ricorda ai senesi il tipo di materiale organico di cui sono fatti, a detta loro. La festa è finita, il Paladozza si svuota ed io rimango ad assistere al lavoro frenetico degli addetti; chi va in sala stampa, chi riavvolge cavi, chi riavvolge gli striscioni. E' tristemente piacevole rimanere a guardare,è un pò come quando a settembre i bagnini chiudono per l'ultima volta gli ombrelloni, come quando dopo una festa si mettono via piatti e bottiglie. Sono quelle cose che nei film non vedi mai. Inutili ma indispensabili. Sono assorto in questi torvi pensieri guardando il campo distrattamente e scorgo la sagoma di un imbiancatissimo Dan Peterson che viene raggiunto da un festante Flavio Tranquillo che gli mostra con orgoglio una maglietta e gli dice in tono trionfalistico: "Maradona mi ha regalato la maglietta del Cervia!!!" ........ ........ ........ ........ Va bene, è giunto il tempo di andare a casa, ormai... ho visto cose che voi umani eccetera eccetera....

Vittoria!

Vittoria!

Alle tre di pomeriggio, dopo 7 ore di spiaggia, Grazia e Stefano decisero che era ormai ora di prendersi una pausa dal sole che li aveva accompagnati per tutta la giornata e rientrarono in camera.
L’aria condizionata puntata sui 21 gradi diede immediatamente ad entrambi una sensazione di sollievo e, come di consueto, il frigobar venne immediatamente preso d’assedio. Ad ogni sorso pareva che la pelle espellesse il liquido immediatamente e dopo pochi istanti Stefano era già madido di sudore.
“ Mi faccio subito una doccia, così mi riprendo“ e si svestì velocemente per infilasi sotto la doccia rigenerante.
Non erano passati che una ventina di secondi quando il telefonino iniziò ad intonare le note di “Hungry Heart” di Bruce Springsteen.

“ Rispondi tu Grazia, deve essere Alessio! “ urlò Stefano da sotto la doccia.
Grazia non fece in tempo neanche a dire “pronto” che dall’altro capo una voce concitata gridò:
“ Ciaooo passami Walker è urgentissimo!!!! “

Walker era il “nome di battaglia” o più comunemente il nick con cui Stefano era conosciuto quando frequentava l’ambiente cestistico. A dire il vero “Walker” era il nome di una piccola palla di pelo che apparteneva alla razza dei Bovari del Bernese, il cane che Stefano si era scelto con tanta cura due anni prima e di cui andava pazzo. Ora però quella palla di pelo aveva ormai raggiunto il peso di 40 kg, ma la dolcezza e la voglia di giocare tipiche di un cucciolo erano rimaste intatte. Stefano divenne poi per tutti “Walker” quando decise di partecipare ad un forum cinofilo adottando proprio il nome del suo cane come nick; dai forum cinofili a quelli cestistici il passo fu breve, ed ora Stefano era diventato ufficialmente Walker per tutti.
Grazia si affacciò alla porta del bagno

“ Penso che sia Alessio, dice ce che è urgentissimo! “

Stefano si precipitò immediatamente fuori dalla vasca, creando un vero e proprio lago di fronte al lavandino, afferrò il telefono con due dita per bagnarlo il meno possibile ed accostando l’orecchio rispose:

“ Pronto“

“ CAMPIONI D’ITALIAAAAAAAA, SIAMO CAMPIONI D’ITALIAAAAAAAAAAAA“

Alessio era scatenato, ebbro di gioia dopo tanti bocconi amari buttati giù negli anni precedenti,

“ DUOGLAS ALL’ULTIMO SECONDO DA TREEEEEE!!!! MA TI RENDI CONTO, SIAMO CAMPIONI D’ITALIAAAAA “

Alessio e Stefano erano accomunati da un’unica fede sportiva. Grandi appassionati di basket avevano individuato nella Fortitudo di Bologna la propria squadra del cuore. Come ogni passione che si rispetti anche questa era destinata a farli soffrire,. Una squadra che da ormai 10 anni era al vertice del basket italiano ed europeo, ma che in questi anni era stata capace di raccogliere solo un titolo italiano e ben otto finali perse. Otto urla strozzate, otto delusioni fortissime. L’anno precedente poi si era toccato il massimo, dopo un secondo posto in campionato ci fu anche il secondo posto in Eurolega, il massimo torneo europeo, e come se non bastasse durante l’estate anche la nazionale aveva conquistato il secondo posto alle Olimpiadi. Un risultato sempre di prestigio, ma la maledizione del due rischiava di diventare una ossessione.
Quest’anno poi sia Alessio che Stefano avevano seguito il campionato con particolare interesse.
Alessio aveva aperto un sito dedicato a suo cugino che giocava proprio nella Fortitudo, ed entrambi erano riusciti a farsi ammettere al palazzo dello sport come giornalisti, riuscendo quindi a seguire da vicino la squadra e scrivendo articoli che venivano poi pubblicati su vari siti internet.

Stefano rimase un attimo senza fiato. Due sentimenti contrastanti lo sorpresero, da un lato la gioia per la vittoria, dall’altro l’amarezza di non aver potuto assistere all’atto finale tanto desiderato di quell’evento sportivo. Dopo tanti anni di attesa, proprio nel momento più bello si trovava dall’altro capo del mondo. Se la Fortitudo avesse perso quella gara avrebbe poi dovuto giocarsi la partita decisiva qualche giorno dopo, e Stefano avrebbe potuto parteciparvi.
Non riuscì a gioire più di tanto. In cuor suo era certamente contento, ma non essere lì, non poter assaporare la gioia dal vivo, non poter vivere quelle emozioni gli creava una vena di tristezza.
Dopo pochi minuti il telefono squillò nuovamente:
“ SCUDETTOOOOOOO, SCUDETTOOOO “
in mezzo al frastuono totale riconobbe la voce di Beppe.
“ Dove sei? “
“ SONO IN MEZZO AL CAMPOOO, STO FACENDO L’INVASIONEEEE“
Beppe era un Fortitudino fresco, aveva sempre seguito il basket femminile, ma dopo aver aiutato Alessio nella creazione del sito era stato contagiato, forse definitivamente.
Il telefono era l’unico mezzo di comunicazione accessibile in quel momento e Stefano decise di usarlo. Digitò un SMS : “Uoo Uoo, la Fortitudo! Anche a 10.000 km si festeggia!” e lo inviò agli amici cestisti. Nel giro di qualche minuto ricevette una ventina di messaggi di congratulazioni, ma seduto sul letto, leggendoli, pensò sconsolato tra sé e sé: “ Si, congratulazioni….. Bel patacca che sono! “

21 aprile 2006

Racconti di viaggio : Messico 2

2. Jorge

“ Italiani? “
Solitamente gli italiani in giro per il mondo vengono sempre riconosciuti, a volte per il modo di parlare altre per il modo di vestirsi, ma quando si è distesi in silenzio su di un lettino indossando solo un costume da bagno la cosa assume certo aspetti più misteriosi.
Stefano alzò lo sguardo e vide una figura che non aveva certo l’aspetto del messicano tipico. La carnagione era scura, ma l’altezza di un metro e ottanta, il naso leggermente aquilino ma schiacciato allo stesso tempo ed il cranio completamente rasato facevano differire quell’individuo da tutti gli altri.
“ Si, italiani! “ rispose Stefano
“ Io sono Giorgio, come Giorgio Armani! “
“ Ah bene! Non potevi scegliere un paragone peggiore! “
“ Porchè? “ si preoccupò subito il messicano con il suo accento italo-spagnolo
“ Per almeno due motivi, il primo è che Armani “ha le chiappe chiaccherate” e quindi non è certo un paragone di cui vantarti, il secondo è una cosa mia, ma non ti preoccupare, stavo scherzando. Io mi chiamo Stefano e lei è Grazia, mia moglie“ rispose sorridendo ed allungò la mano in segno di saluto.
“ Bueno! “ disse Jorge fingendo di aver capito. “ Cosa leggi? “
“ Un libro sui Maya. Mi piace molto l‘archeologia ed il mistero che avvolge la civiltà Maya ha sempre un certo fascino, poi siamo anche nella zona giusta, no? “
“ Oh si, io soy un Maya“ millantò Jorge
“ Nooooooo, mi sembri un po’ troppo lungo per essere un Maya! “ ribattè ridendo Stefano.
“ Si è vero, sono di origine azteca, siamo un po’ più alti ed anche un po’ più belli “
“ Adesso non ti vantare troppo! Quindi non sei originario dello Yucatan? Sarai del nord del Messico! “ lo incalzò Stefano sfoggiando le proprie conoscenze derivate dalle tante letture sulla storia delle civiltà pre-colombiane.
“ Si vengo da Toluca, a 100 km da Città del Messico, ma vivo qui 10 mesi all’anno per lavoro e gli altri 2 torno a casa per vacanza“
Jorge lavorava per la “Scube Caribe”, una società che aveva la gestione di tutte le attività della spiaggia, dalle moto d’acqua alle canoe, dall’organizzazioni di tour di snorkeling alle immersioni subacqueo. A differenza degli altri ragazzi Jorge aveva un modo differente di proporsi, non era insistente nel proporre le varie attività ma parlava d’altro, lasciando al proprio interlocutore la sensazione di non essere perseguitato da un venditore, ma al contrario chiaccherava amabilmente del più e del meno.
Dopo un po’ fu Grazia a prendere l’iniziativa:
“... E se uno volesse fare Snorkeling? “
“ Si fa tre volte al giorno, alle 9,30, alle 12,30 e alle 14,30 e costa 30 dollari. Però se fai il pacchetto con 60 dollari fai anche parasail e la banana. Fate 2 pacchetti! “ incalzo subito “l’azteco” cercando di cogliere la cosiddetta palla al balzo.
“ No, io con la testa sotto all’acqua non ci vado, e per quanto riguarda la banana sono più predisposto a mangiarla piuttosto che a salirci sopra! “ intervenne Stefano.
“ Intanto segnami uno snorkeling, poi si vedrà“
“ Va bene “ concluse Jorge fingendo in modo ironico di essere sconsolato, “ como se scrive Grazia? GRACIAS? …. Però era meglio se facevate il pacchetto! “Una risata concluse la discussione e Jorge si allontanò per cercare altri clienti.

Racconti di viaggio : Messico

1. L’arrivo

“ Ma quella non è la mia valigia? “ domandò Stefano tra sé e sé osservando il gruppo di bagagli schierato sul bordo della strada, mentre il pulmino aveva appena iniziato la sua marcia di trasferimento verso il prossimo Hotel.
Sembra l’inizio di uno di quei film comici dove lo sprovveduto turista è ripulito di tutti i suoi averi dagli scaltri abitanti locali del centro-america. Ma questo è un altro film, e fortunatamente, dopo una mezz’oretta già alla porta della stanza si presenta un omino del servizio che, con la classica aspettativa del suo dollaro di mancia, riporta il desiderato trolley scaricato maldestramente dall’autista nell’albergo sbagliato.
L’aria bollente di umidità aveva accolto Grazia e Stefano già all’aeroporto di Cancun, quando dopo 15 ore di volo si erano affacciati alla scaletta, accostata all’aereo per permettere agli stanchi viaggiatori di mettere finalmente piede sull’agognato territorio Messicano. Quindici ore tutto sommato confortevoli, grazie soprattutto alla scelta di viaggiare in “Classe Business” all’insegna del “facciamo una botta di vita” giustificata da 18 mesi di lavoro ininterrotto, senza tregua se non per i week-end e le feste comandate. Poi un’interminabile fila di duemila persone per il visto, chiusi in un enorme stanzone reso ardente dalla temperatura equatoriale, ma più di tutto dalla ressa di corpi accaldati quanto spazientiti, fino all’arrivo al prestigioso Hotel Riu Palace Mexico.
Già all’entrata l’imponenza della struttura gratificava la vista tanto quanto il refrigerio dell’aria condizionata regalava nuovo vigore agli ospiti appena giunti dal lungo viaggio. La stanza poi offriva ogni tipo di comodità. Il bagno affacciato sul lungo ingresso era composto di 3 vani distinti, uno con un enorme specchio a sovrastare il lavandino ricavato dal piano di marmo, uno con la vasca da bagno adatta anche a svolgere la funzione di doccia e l’ultimo dietro una porta scorrevole ospitava i servizi igienici. Alla fine dell’ingresso si accedeva alla camera da letto, dove un enorme letto matrimoniale composto di 2 letti da una piazza e mezzo era affiancato da un capiente armadio da una cui anta era ricavata una zona dedicata al frigobar. Nella parte alta 4 bottiglie di superalcolici erano piazzate a testa in giù per facilitare la mescita grazie anche ai pratici dispenser, mentre nella parte bassa un classico frigorifero stracolmo di bibite e birra era ormai rassegnato al continuo saccheggio derivato dalla formula “all inclusive” che caratterizzava la politica di mercato dell’Hotel.
Un muretto affiancato da due gradini davano l’accesso alla zona soggiorno che ospitava un divano a 2 posti, un tavolino ed una cassettiera su cui era disposto il televisore. Un ampia vetrata infine dava sul terrazzo che grazie alla stupenda vista sulla gigantesca fontana centrale circondata da palme, donava il tocco finale di eleganza non comune per queste latitudini.
“ Dobbiamo ricordarci di chiudere la tenda interna, altrimenti di sera diamo spettacolo ed a vedere i ballerini non ci va nessuno! “ disse Stefano accompagnando la frase con una fragorosa risata, dopo aver notato che il terrazzo della stanza era al piano terra e dava direttamente sul vialetto adibito al passeggio.
Una doccia ristoratrice fece poi da preludio ad un rapido pisolino prima di cena, anche perché ormai la stanchezza del viaggio unita all’effetto Jet-lag faceva comparire i primi segni di cedimento.

Il “Don Julian” era il più capiente dei 6 ristoranti presenti nella struttura e proprio per questo era destinato, oltre che alla prima colazione, al buffet serale anche senza prenotazione. All’inizio di ogni turno, prima di aprire il portone principale, un inserviente vestito con una impeccabile divisa bianca e oro accoglieva sistematicamente tutti i commensali con una filastrocca lunga quasi 5 minuti che dava il “buonasera” in tutte le lingue del mondo; o almeno così lasciava immaginare perché al di là delle principali lingue conosciute tutti gli altri “buonasera” apparivano come curiosi suoni gutturali non meglio precisati.
Grazia e Stefano fecero il loro ingresso nella sala che per il sabato sera prevedeva il menù italiano, giustificato però solo da una piccola zona dedicata ad accogliere alcune micro-bistecche di manzo e 3 padelle piene di pasta che si guardarono bene dal prelevare, preferendo assaggiare le pietanze locali che perlomeno non dovevano subire il confronto con i piatti originali. Venticinque metri di buffet erano comunque impegnativi anche per Grazia che sicuramente era una buona forchetta, anche se certo non lo dava a vedere, il fisico tonico e scattante creava sempre una certa distonia agli occhi degli altri commensali con i piatti stracolmi e debordanti che portava al tavolo. Diversa era invece l’abitudine di Stefano che era mediamente più misurato tranne che di fronte al tavolo dei dolci a cui non riusciva certo a rinunciare nonostante i diversi chili in eccesso con cui gli anni e la innata pigrizia avevano appesantito il suo corpo.
Il servizio come sempre era eccellente e i camerieri, presenti in gran numero, erano sempre attenti affinché i bicchieri delle bevande richieste fossero sempre colmi.
Finita la cena si sedettero ad un tavolino del grande bar all’aperto per raccogliere la frescura della leggera brezza serale, pur disturbata da una umidità sempre eccessiva, specialmente per chi, appena giunto dal vecchio continente, non vi aveva ancora fatto l’abitudine.
Come in ogni villaggio che si rispetti, l’animazione proponeva uno spettacolo di folclore locale, ma dopo una ventina di minuti, forse la digestione o forse il fuso orario sentenziarono che la giornata era finita.

I primi raggi di sole della mattina furono sufficienti per svegliare Grazia che era fremente dal desiderio di poter andare in spiaggia. Stefano lo era molto meno, ma un dolce risveglio lo mise subito di buon umore ed indossati i costumi uscirono entrambi dalla stanza per una frugale colazione prima di dirigersi verso il mare. La colazione, come era da immaginare, non si rivelò frugale più di tanto. I venticinque metri di tavoli di granito rosso che la sera prima ospitavano le pietanze per la cena ora erano pieni di ogni tipo di cibo definito “colazione continentale”, dal prosciutto al bacon, dalle patate fritte alle frittelle col succo d’acero e così via. Il tutto era accompagnato da un caffé lungo cui erano ormai rassegnati grazie alla esperienza maturata nei numerosi viaggi precedenti nel continente americano.
Dopo aver percorso un lungo viale che attraversava due piscine attigue e speculari finalmente si aprì davanti a loro lo splendido panorama della tipica spiaggia caraibica: la sabbia bianca e finissima accoglieva centinaia di palme le cui larghe foglie riparavano dal sole rovente i turisti distesi sopra i lettini disposti ordinatamente.
Una leggera brezza infine aiutava a lenire gli effetti dell’umidità e dell’alta temperatura.
Il mare sembrava dipinto con quattro diverse tonalità di azzurro, una striscia chiara e cristallina accarezzava la spiaggia con le sue onde, dolci e irregolari, mentre a mano a mano che la profondità dell’acqua aumentava, l’azzurro lasciava posto al blu pur conservando la trasparenza che permetteva sempre di vedere il fondale sabbioso nonostante che la massa d’acqua aumentasse in modo considerevole la propria consistenza.
L’attrazione era irresistibile ed un bagno nelle acque fresche e limpide risultò inevitabile, tanto più che il confronto col Mare Adriatico risultava certamente impietoso. La torbidità non è automaticamente sinonimo di inquinamento così come non è certo che la trasparenza sia determinata dalla pulizia, ma la limpidezza di quell’acqua e la sua mite temperatura sembravano create apposta per appagare i sensi, accogliendo come in un abbraccio vellutato e riposante gli accaldati villeggianti provati dall’esposizione al sole.
La mattina trascorse così, alternando bagni a letture distesi sopra i lettini e rinfrescandosi di tanto in tanto con alcuni long drinks preparati nel fornitissimo bar sulla spiaggia.

Diario di Viaggio 1: Tanzania

In jeep con 2 amici e una guida. All'avventura totale!!!!!
E' stato un viaggio molto spartano, ma x una volta valeva la pena
Viaggio intenso di emozioni e sensazioni nuove, ogni giorno una diversa. Diciamo che 3 sono state quelle più forti:
1) Nel Serengeti quando sul tettuccio della jeep mi guardavo attorno e vedevo a 360° solo gnu, zebre iene ecc. a perdita d'occhio. Ma non 10 o 100 animali, ma milioni! Noi 5 e milioni di animali selvaggi.... Sensazione di pace, polmoni pieni d'aria, incredulità.
2) Incontro con alcuni indigeni nomadi che per scelta sono rimasti come all'età della pietra, vivono sotto gli alberi e cacciano con archi fatti da loro e vestono con pelli di animali.
Sensazione difficile da descrivere. Appena li abbiamo visti abbiamo avuto un pò di paura, sembrava irreale, come un film della preistoria.
Poi una volta approcciati ci siamo resi conto che avevamo di fronte degli innocenti bambinoni che prendono la vita con felicità e voglia di divertirsi.
Si divertivano come dei matti a vederci incapaci a tirare con l'arco. Ti viene da pensare chi è nel giusto, noi o loro?
3) Scalata notturna al vulcano. Paura, mi ero visto di rimanere là per la fatica...

19 aprile 2006



Questo è Walker

14 aprile 2006

Si comincia